Senza scarpe in ufficio

Un giovedì pomeriggio leggo un annuncio di lavoro su Gumtree: una società cerca qualcuno per la traduzione dall’inglese all’italiano di un gioco on-line. Questo qualcuno dev’essere anche, preferibilmente, un appassionato di calcio… Rispondo subito, inviando il curriculum e millantando decenni di tifo sfrenato, e il giorno dopo, verso le 14, ricevo la telefonata di un certo Josh che mi dice: “Il lavoro è tuo. Fra un po’ ti mando una mail con tutti i dettagli”.

Arriva la mail, infatti, e resto un po’ deluso dalla paga da fame: 7£ all’ora. La cosa interessante, però, è un’altra… Scrive Josh: “Per favore prendi nota di quante ore di lavoro ti sono necessarie per la traduzione, e comunicacelo insieme ai dati del tuo conto corrente”. Insomma, quello che mi sconvolge è il livello di fiducia nel prossimo che una frase del genere esprime. Potrei benissimo barare, dichiarare più ore di quelle che avrò effettivamente lavorato, e loro non avrebbero modo di controllare. Cerco di guadagnarmi questa fiducia e mi metto a lavorare sodo, al meglio delle mie possibilità, e registrando in tutta onestà le ore e i minuti…

Josh mi ha preannunciato che, una volta completata quella prima traduzione, avrà bisogno di me in ufficio per un giorno o due per la seconda fase del lavoro. Benissimo. Il mercoledì notte invio il file con la traduzione finita, e il giovedì mattina mi avvio verso l’ufficio, dove sono atteso per le 10. Da casa mia sono quasi 20 minuti di scarpinata, ma ne vale la pena: la strada dove si trova l’ufficio costeggia il bellissimo Queen’s Park, uno dei pochi parchi di Brighton che non avevo ancora visitato. Anzi, approfitto del mio largo anticipo per attraversarlo e godermi il fresco di una giornata piovosa…

Alle dieci meno dieci, carico di energie e di acqua piovana, mi presento in ufficio. Mi accoglie Josh, il giovanissimo responsabile del progetto. Come mi svelerà poi il numero 2 dell’azienda, Gareth, Josh ha 24 anni. Gareth ne ha 34, tanto per intenderci…

L’ambiente principale è un luminoso open space di una quarantina di metri quadrati, con una quindicina di ragazzi sparpagliati in diverse postazioni. Un piccolo stereo è sintonizzato su una radio che trasmette buona musica (resterà acceso tutto il giorno, a volume basso). Josh mi accompagna alla mia scrivania, che condividerò con lui e Gareth. Mi accorgo subito che mi hanno destinato un computer piuttosto vecchiotto, ma in quanto ultima ruota del carro è comprensibile… Gareth assomiglia a Matt Damon e ha sempre un sorriso beffardo sulla faccia. Sia lui che Josh sono vestiti con t-shirt e jeans (larghi da rapper quelli di Gareth, che come hobby fa il DJ). Io che ormai ho capito come vanno le cose qui, non mi sono proprio sognato di presentarmi in giacca e (tantomeno) cravatta, ma con camicia e maglioncino sembro comunque il nonno…

Per prima cosa, Josh mi chiede se voglio qualcosa da bere: tè? caffè? “Coffee, please. Black, one sugar, please”. E così va in cucina a prepararmi il mio caffè nero mentre io familiarizzo con il file sul quale dovrò lavorare, e con la barra spaziatrice che funziona solo se la prendi a martellate. Nel frattempo, sul muro di fronte a me, noto che è appoggiata una bicicletta. In effetti, penso, cosa c’è di più normale di una bicicletta in un ufficio?

La giornata trascorre lentamente, perché in quello che mi tocca tradurre non trovo molto di eccitante. Solo raramente, quando credo di aver risolto un problema un po’ più complesso, emetto un timido mugolio di soddisfazione, ma senza crederci troppo…

Josh e Gareth mi fanno sentire a mio agio, e rispondono con pazienza e disponibilità alle domande che gli pongo con una certa frequenza. D’altra parte, fare domande e dare risposte è un’attività molto popolare fra i ragazzi dell’ufficio. Li senti chiamarsi, pregare di passare un attimo, scambiarsi opinioni da una postazione all’altra scavalcando con la voce le teste dei colleghi, scivolare di qua e di là sulle loro sedie, e questo grazioso balletto va avanti per tutto il giorno. Gareth, che è quello più spiritoso, un po’ se la ride un po’ finge disperazione quando le richieste di aiuto si fanno più assillanti…

L’altro balletto è quello del tè/caffè. Con una rotazione che nei due giorni che frequenterò l’ufficio mi sembrerà piuttosto regolare, ora l’uno ora l’altro (ah, siamo tutti maschi) si offrono volontari per prepararlo, e passano per le scrivanie per chiedere chi vuole cosa, e come (e, apparentemente, ricordando piuttosto bene le ordinazioni). Stessa cosa per il pranzo: non tutti escono, e chi lo fa si premura di chiedere ai colleghi se hanno bisogno di qualcosa. Il primo giorno Gareth ordina una porzione di patatine fritte: sarà quello tutto il suo pranzo, e se lo divorerà con gusto davanti al monitor del suo computer.

Il giorno dopo, con l’autorizzazione di Josh, mi presento in ufficio con il mio pc: sono stufo di lottare contro la barra spaziatrice e gli altri tasti (duri come quelli di una macchina da scrivere) e di fare copia-incolla con le vocali accentate, che ovviamente sulla tastiera inglese non ci sono.

Dopo un paio d’ore di lavoro mi si avvicina il più vecchio del gruppo. “Hi, I’m John!”, e subito si scusa per essere stato poco educato e non essersi presentato prima. Avrà sui 45 anni, e oltre a essere il più vecchio è anche il capo. Non me lo dice lui (si è presentato solo col nome di battesimo, e si veste proprio come gli altri), ma si capisce benissimo lo stesso, e una breve indagine sul loro sito me lo confermerà. John mi chiede dell’Italia, e vuole sapere per quale squadra tifo. “Napoli”, rispondo (sì, dai, per un periodo ho tifato Napoli!), e lui mi racconta di una sua vacanza in Italia, sulla costiera sorrentina ed amalfitana, e di un derby Napoli-Avellino visto al San Paolo. Impressionante, a suo dire, per quanto pubblico c’era…

È proprio John, quel giorno, a darmi involontariamente il segno più eclatante di come funzioni la vita in quell’ufficio. Passando davanti alla sua scrivania avevo già registrato la presenza di un paio di scarpe da ginnastica lasciate lì per terra. Non avevo riflettuto su quella stranezza, ma dopo un po’ vedo John che attraversa l’ufficio come fa una ventina di volte al giorno per parlare con questo e con quello. Istintivamente guardo in basso, e vedo un paio di calzini a strisce colorate intorno ai suoi piedi. Insomma, se ne va in giro scalzo! “Fantastico!”, penso, con blando stupore (quasi dovevo aspettarmelo). E subito me le tolgo anch’io, le scarpe, con grande sollievo e una specie di brivido, come la trasgressione di un bambino. Lo faccio istintivamente, senza pensare che magari quel privilegio è riservato esclusivamente al capo, che magari è quello il suo status symbol, come da noi sarebbe il megaufficio con la poltrona di pelle da 3.000 euro e la segretaria sexy e adorante…

Mi rimetto subito al lavoro, e quella lista infinita di sciocche parole da tradurre ora sembra pesarmi molto meno. Mi pesa meno anche perché quel giorno andrò via un’ora prima: Josh, senza il quale la mia presenza lì è inutile, mi annuncia infatti che uscirà alle 5 invece che alle 6. Sì, perché alle 6 attacca a lavorare in un pub, fino all’una di notte, e così farà pure il sabato. “Wow!”, gli dico. “Per fortuna sei giovane e te lo puoi permettere”. “Sì”, mi risponde “un altro paio d’anni li reggo ancora, poi dovrò calmarmi un po’…”.

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3 responses to “Senza scarpe in ufficio

    • Wow! Grazie Laura, mi fa piacere che ti sia piaciuta. In effetti le esperienze di “cultural shock” sono fra quelle che mi ispirano meglio 🙂

  1. Pingback: Tea, coffee, anyone? | B R I G H T A L I A N·

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