Una corsetta sul lungomare

Sono le sei e mezza del pomeriggio quando esco dall’ufficio dove ho fatto lezione d’italiano a Maria. Mentre scendo in ascensore dal quinto piano, comincio a pensare alla cena, e alla spesa da fare. Ma non appena rimetto piede sulla strada, sento il mio corpo che mi ordina: “Vai a correre, vai a correre!”.

Mezza mattinata l’avevo passata al Friends Centre, dove faccio volontariato, poi ero tornato a casa e avevo preparato la lezione. Insomma, una giornata sedentaria come tante, ma stavolta la ribellione, che fino a quel momento era stata solo latente o si era manifestata con segnali tutto sommato deboli e tacitabili, è esplosa.

Prudentemente decido di obbedire, anche perché il caldo di una giornata splendida non è più intollerabile come qualche ora prima; e poi, su!, al supermercato faccio sempre in tempo ad andarci dopo. Così torno a casa, che è lì a due passi, mi cambio velocemente, e in cinque minuti sono di nuovo fuori. Arrivo sul lungomare (mi sembra quasi di scivolare lungo la lieve pendenza che mi porta verso la costa), e per la prima volta da quando sono qua (la prima volta da almeno un anno, in realtà), allungo poco poco il passo e comincio a corricchiare. So di non avere molta autonomia, quindi mantengo un’andatura moderatissima…

Come sempre sono in tanti a fare jogging, e quelli che vengono da dietro, quasi sempre mi sorpassano; e mentre si allontanano, penso: “Ammazza, quanto vanno piano!”. Molti hanno le cuffie nelle orecchie, a volte anche una borraccia d’acqua in mano. Io sono il più scrauso, come sempre, ma non importa! Cocciutamente, passo dopo passo, vado avanti, e incredibilmente sembra che funzioni: il mio corpo risponde, fosse solo per non farmi pentire di avergli dato ascolto, e tutt’a un tratto non sono più uno spettatore, uno che fino al giorno prima, vedendo passare di corsa tutta quella gente, avrebbe pensato: “Uff, prima o poi devo cominciare anch’io”…

Non ho ancora deciso fin dove arrivare, do il tempo al mio corpo di orientarsi, di farmi capire quando sarà il caso di fermarsi e tornare indietro. Nel frattempo faccio andare lo sguardo a sinistra, verso la spiaggia che si estende quattro-cinque metri più in basso rispetto al piano stradale: vedo molte canoe a mare, penso che non appena sarò un po’ più tonico mi presenterò a qualcuno di “Brighton Watersports” lì sulla spiaggia, e gli chiederò se hanno bisogno di un istruttore. Se no che l’ho preso a fare il patentino, quando ancora stavo in Italia? Non penso che mi prenderebbero comunque, ma è uno sfizio che voglio togliermi…

Arrivando alla statua della pace, proprio al confine fra Brighton e Hove, il già ampio percorso pedonale si allarga, e allargandosi degrada dolcemente da un lato, portandomi allo stesso livello della spiaggia, mentre sul lato più alto comincia a estendersi un’ampia e lunga striscia di prato dove prevalgono informali partite di pallone e coppie che preferiscono rotolarsi insieme nella tenera erbetta piuttosto che sui duri ciottoli della spiaggia (e come dargli torto?).

Intanto cominciano ad arrivarmi i fumi dei tanti barbecue, accesi da gruppetti di persone di ogni età e provenienza, ma tutti accomunati dalla gioia febbrile per la bella giornata. E con i fumi, un profumo di carne e diavolina che eccita e disgusta allo stesso tempo. I fumi non arrivano soltanto dalla spiaggia, ma anche da più vicino, dai bidoncini sistemati al confine con la strada, e pensati apposta per le braci infuocate del barbecue (o “bbq”, come scrivono qui per abbreviare). Mentre attraverso una densa zaffata, trattengo il respiro per non compromettere quel po’ di fiato che mi è rimasto, e il mio corpo finalmente comincia a suggerirmi che forse per oggi può bastare.

A qualche centinaio di metri davanti a me vedo le caratteristiche cabine colorate, e mi dico che quello è il mio traguardo. In realtà gli ho preparato un bello scherzetto, al mio corpo: gli farò credere che arrivato alle cabine mi fermerò, e magari andrò a prendermi un bel caffè al chioschetto lì vicino, e invece quella sarà soltanto la boa di metà percorso. Sì, ho deciso, tornerò correndo da dove sono partito! Il mio corpo, pur sorpreso e tutt’altro che entusiasta, fa buon viso a cattivo gioco, rimpiange in silenzio la caffeina che non avrà, e stringe i denti…

Non appena inverto la direzione di marcia, mi trovo con il sole calante alle spalle, e mi accorgo che la mia ombra, che fino ad allora mi aveva seguito in silenzio, mi ha superato di slancio. Ora posso osservarla come un coach osserva il suo allievo, e quello che vedo non mi piace per niente: un corpo filiforme, con braccia fragilissime che si muovono in maniera scomposta. Eppure all’andata mi sembrava di avere uno stile piuttosto elegante. Sarà la stanchezza che comincia a farsi sentire?

Ad ogni modo, il ritorno è meno drammatico del previsto; ma i veri problemi cominciano nel momento stesso in cui smetto di correre e risalgo verso casa come un pedone qualsiasi, mescolato alla folla dei passanti sfaccendati (che ora naturalmente mi appaiono come una razza inferiore): ho la testa tutta dolorante, soprattutto nella zona intorno alle orecchie; le gambe, ovviamente, sono indolenzite e, curiosamente, le braccia lo sono ancora di più. Qualche goccia di sudore si fa coraggio e comincia a uscirmi alle tempie per scivolare subito via…

Non appena rientrato a casa, Udy mi guarda con un pizzico di apprensione e mi dice che ho la faccia dello stesso colore della mia maglietta: rosso vivo. Pazienza, mezzo litro d’acqua e una bella doccia mi rimetteranno in sesto. Ma prima vado su Google Maps per capire quanto ho corso: il responso è 3,2 km, fra andata e ritorno. Non male, per essere una prima volta. Se mi ci metto d’impegno, fra qualche settimana potrò arrivare fino a Shoreham (9 km) per andare a vedere le barche spiaggiate che mi piacciono tanto e che a Brighton non ci sono. Tanto poi al ritorno prendo il treno…

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2 responses to “Una corsetta sul lungomare

  1. At least you are not giving in to the sedentary lifestyle demands of modern life. Bravo. Keep it up.

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