Alla ricerca del davulcu

P1000770Nell’agosto del 2009 ho trascorso una settimana a Istanbul, ospite con la mia fidanzata di alcuni amici che abitavano in un quartiere popolare non lontano da Istiklal, la più nota strada commerciale stambuliota. Eravamo in pieno ramazan, e ogni notte, intorno alle quattro, venivo svegliato da un suono secco, come un breve scoppio, che si ripeteva a cadenza più o meno regolare, e dopo poco andava affievolendosi fino a sparire. Una mattina raccontai ai miei amici di quello strano fenomeno, e sorridendo mi risposero che si trattava del davulcu (si pronuncia “davùlgiu”), che letteralmente significa “suonatore di tamburo”. È una figura molto nota in Turchia, un uomo, generalmente proveniente dalla campagna o dalle montagne, che attraversa di notte le città durante il ramazan per svegliare le donne, che così potranno preparare da mangiare e da bere ai loro mariti e ai loro figli prima che sorga il sole, giacché, com’è noto, in quel mese i musulmani non toccano né cibo né bevande dall’alba al tramonto (sarebbe bello, anche se forse un po’ ambiguo, che “davulcu” significasse “colui che risveglia le donne”). Questo racconto mi colpì molto, e mi dispiacque di non poter vedere quell’uomo che pareva provenire da un altro mondo.

E invece un giorno, verso le tre del pomeriggio, sentii di nuovo quel tamburo. Mi alzai di scatto dal letto (stavo riposando dopo una mattinata in giro per la città), uscii dalla mia stanza gridando: “È il davulcu, è il davulcu? Che ci fa qui a quest’ora?”. Mi risposero che sì, era lui, che a metà mese passava per le strade che aveva battuto di notte per raccogliere le offerte dei residenti. Mentre parlavamo, il suono del tamburo si faceva sempre più lontano. Non c’era tempo da perdere! Salutai rapidamente i miei amici e la mia fidanzata, presi la mia macchinetta fotografica e mi precipitai giù per le scale. Una volta in strada, mi feci guidare dal mio orecchio. Concentrato com’ero su quel flebile suono, e preso dalla concitazione di quell’incipiente avventura, non mi accorsi che mi stavo inoltrando in vicoli sempre più lontani dalla rassicurante “normalità” di un quartiere popolare di una capitale europea, per quanto ai margini dell’Europa. Il battito del tamburo, però, cominciava a farsi più forte, e nella mia mente non c’era spazio per altro, come in quella del predatore che correndo si avvicina alla preda senza sentire la fatica o le ferite. Fino a quando, all’ennesima svolta, sbucai in una stradina che mi fece pensare alla Napoli degli anni Quaranta: panni stesi fra i palazzi; uomini, donne, e soprattutto bambini in piedi o seduti sulle soglie delle case senza un motivo apparente; una luce polverosa; animali da cortile; frutta lasciata aperta per terra per il nutrimento delle bestie… Solo in quel momento mi accorsi di essere l’unico estraneo lì in mezzo, certamente più estraneo di un’oca o di un cocomero squartato. Il mio aspetto e la mia macchina fotografica appesa al collo erano come un marchio: “turista occidentale”. Per un attimo ebbi paura, o forse era solo un disagio. Rallentai il passo. Sospesi la caccia al davulcu e mi concentrai sui suoni di quel vicolo. Era relativamente silenzioso, e questo strideva con l’immagine della Napoli del dopoguerra che vi avevo immediatamente associato. Avrei voluto nascondere la mia macchinetta, ma dovevo sfilarmela dal collo, rendendo palese il mio intento. Provai quindi ad assumere un’espressione amichevole, tirando un po’ su gli angoli della bocca come per una propensione al sorriso. Incrociai degli sguardi non ostili, e cominciai a tranquillizzarmi. Il suono del tamburo tornò a farsi sentire, come un richiamo, come un canto di sirene. Attraversai quella piccola calca verso il fondo del vicolo, e finalmente riuscii a distinguere, nel nugolo di forme umane, un grosso tamburo e l’uomo che lo suonava.

P1000731Per la prima volta sentivo il colpo vedendo il battente che lo percuoteva. Per la prima volta occhi e orecchi si conciliavano e si acquetavano. Mi affrettai a raggiungerlo e a superarlo. Era un uomo di più di cinquant’anni, il viso scuro da contadino, calvo, con una corta barba, uno sguardo senza espressione, come stordito dal troppo rumore da lui stesso generato, gli occhi come spinti in fuori dalla pressione delle onde sonore. Su un fianco teneva poggiato il suo grosso tamburo, circondato da stracci che forse gli servivano per asciugarsi il sudore. Il battente di legno sembrava preso in prestito dalla moglie, perché assomigliava a un grosso cucchiaio, buono per rimestare la zuppa nel pentolone. Accanto a lui, un passo più indietro, c’era un altro uomo, forse un parente, altrettanto scuro, ma dallo sguardo sperso, come se fosse un collaboratore occasionale, non avvezzo al caos della città e alla stranezza di quella mansione. Il più a suo agio di tutti era un bambino, forse figlio o nipote del davulcu. Aveva la pelle chiara, non ancora annerita da decenni di sole cocente, e portava a tracolla una borsa blu con la scritta e il logo di “Milli piyango”, la lotteria nazionale. In quella borsa, che rimandava a sogni di favolosa ricchezza, infilava con professionale indifferenza monete e banconote che le mani della gente del quartiere gli tendevano. Spesso l’offerta calava dall’alto, riposta dalle donne in panieri di vimini. Il terzetto era circondato da un mucchietto di bambini che gli tenevano dietro curiosi. Una bambina camminava con le dita infilate negli orecchi: infastidita dal rumore, non voleva però rinunciare a stare con gli amici. Io avevo cominciato a fare foto. Dopo la prima, visto che nessuno dava segno di trovarlo sconveniente, presi coraggio e continuai a scattare, precedendo tutti, muovendomi all’indietro.

P1000785Arrivò un momento in cui mi sentii sazio, come se non potessi aggiungere altro al mio piccolo reportage. Proprio allora vidi che i bambini cominciavano a interessarsi a me. Uno di loro si avvicinò, e tirandomi per un braccio mi disse qualcosa. Io risposi con una frase che mi ero fatta insegnare dai miei amici per trarmi d’impaccio in loro assenza: “Ben türkçe bilmeyen” (“non parlo turco”). Il bambino sembrò trovare divertente il paradosso di chi, in turco, affermava di non parlare il turco, e mi sorrise, e chiamò i suoi amici, che in un attimo mi furono addosso, parlandomi e indicando la mia macchinetta fotografica. Il davulcu e i suoi collaboratori erano scomparsi, presto seguiti dall’ultima eco del tamburo; gli adulti continuavano a restare indifferenti e lontani, e mi ritrovai solo, circondato da quei bambini che volevano farsi fotografare da me. Tutti dicevano “Io, io!” battendosi il petto, e spingevano via gli altri. A gesti chiesi loro di pazientare, che ognuno avrebbe avuto una foto. Gli amici più affiatati volevano farsi fotografare insieme, e tutti facevano smorfie e ridevano. Io provai ad accontentarli, e a ogni scatto si affollavano intorno a me per visionare e giudicare il risultato, e prendersi in giro l’uno con l’altro. Infine espressi anch’io un desiderio: volevo una foto in cui ci fossero tutti loro insieme. A fatica riuscii a radunarli, a tenerli buoni per qualche secondo e a scattare una foto decente. Infine li salutai, concedendomi qualche carezza ai maschietti. Era passato parecchio tempo da quando ero uscito, e forse la mia fidanzata e i miei amici cominciavano a preoccuparsi, anche perché non avevo il cellulare con me. Ovviamente mi ero perso, e ci volle del tempo perché riuscissi a orientarmi e a rientrare a casa. Lungo il tragitto pensai che una volta tornato in Italia avrei stampato le foto dei bambini, le avrei mandate ai miei amici, e loro avrebbero provato a rintracciarli per consegnargliele. Non l’ho mai fatto, però, e ancora, se ci penso, mi dispiace.

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2 responses to “Alla ricerca del davulcu

  1. Saresti dovuto tornare tu a portargliele…:) Bellissimo racconto. Mi ha fatto venire in menti i nostri zampognari (entrambe le figure sono suonatori che vengono da lontano in occasione di una ricorrenza religosa e portano con sé qualcosa di magico). Direi che però le somiglianze finiscono qui…:D

    • Caro Matteo, ti ringrazio molto per il tuo commento. Il riferimento agli zampognari è estremamente appropriato, pur con i limiti che tu stesso riconosci. Tra l’altro, il loro richiamo è stato per me bambino ancora più irresistibile di quello del davulcu in età adulta 🙂 Sulle foto… Sì, anch’io ho immaginato di tornare, ma non credo che potrà accadere facilmente.

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